Istria nel tempo

Recentemente è uscita di stampa anche la molto attesa edizione croata dell'opera “Istria nel tempo”, ovvero “Istra kroz vrijeme”, edita dal Centro di ricerche storiche di Rovigno. Ne riportiamo l'introduzione.

Una penisola e il suo passato

La penisola dell’Istria si trova al limite tra il corpo continentale
centro-europeo e il contesto mediterraneo: lo provano i suoi paesaggi,
la sua vegetazione, il suo clima e il suo cielo. Da sempre, visto che
l’Adriatico è stato un vettore, una via di comunicazione, l’Istria è stata
una parte di tale sistema di comunicazione. Le sue coste sono state per
oltre un millennio una linea di passaggio per carichi di vario genere,
per navigli di ogni tipo, per pellegrini, prelati, sovrani, militari e
crociati. Sulla via tra Occidente e Oriente, tra nord e sud, l’Istria ha
rappresentato la prima tappa dopo Venezia o la penultima sosta prima
di Venezia. Le Venezie lagunari e l’Istria hanno costituito per almeno
dieci secoli ( fino al Quattrocento) un unico arco dell’Adriatico settentrionale,
una membrana che ha unito il continente con le vie marittime
dirette al Mediterraneo orientale. L’essere zona di passaggio, un
fatto sentito meno negli ultimi duecento anni, non ha messo in secondo
piano l’altra caratteristica della penisola istriana, ossia quella di essere
il limite di qualcosa, il confine di qualche contesto, sia esso uno Stato,
una cultura o una lingua. Nuovamente, sullo sfondo delle vie marittime
e sul fatto di essere una penisola ancorata ai rilievi congiunti alle
Alpi, vanno cercate le ragioni per cui in Istria terminava l’Italia romana,
per cui in Istria si crearono le province di frontiera bizantine, franche
e poi germaniche, per cui Venezia vi ha organizzato la sua prima
periferia marittima, per cui linguisticamente vi si “chiude l’Italia” e
inizia il “mondo slavo”, per cui un Impero come quello asburgico vi ha
insediato il proprio più sicuro dominio marittimo, per cui “l’Italia e la
Slavia” vi hanno proiettato e disputato i confini nazionali. Le costanti
di questa penisola sono il Mediterraneo, l’Europa centrale e sud orientale.
E poi quell’ “essere tra”. Da sempre.
Al confine di qualcosa, oppure sul confine tra qualcosa. L’Istria, il
suo passato, possono essere visti attraverso vari filtri di lettura e fino ad
oggi sono predominati nettamente i punti di vista nazionali; il passato,
come altrove, come in altre storie regionali europee, ha rappresentato e
rappresenta anche per il caso dell’Istria l’immaginario in cui collocare
il senso e il precedente dell’entità nazionale d’appartenenza, oggi italiana,
slovena, croata. Si può negare l’immaginario storico di una cultura
nazionale? No. Esso rappresenta comunque un patrimonio culturale,
a prescindere dai punti di vista. Si può essere, questo sì, più sinceri
nel riconoscere che il passato, le sue “cose”, appaiono più complicate di
come abitualmente sono state rappresentate, anche quando sono stati
dichiarati scrupolosi criteri metodologici. Ogni nuova generazione è
del resto convinta della bontà dei propri criteri e dell’oggettività delle
proprie visioni. Oggi riconosciamo che il mondo è complesso e di conseguenza
anche il passato risulta complesso, ci appare complesso; perciò
mai come oggi risulta interessante fare storia, fare ricerca storica.
La storia dell’Istria è complessa, fa parte di altre storie, oggi accademicamente
ben definite in quanto campi di ricerca; esse sono la
storia antica, la storia romana, la storia bizantina, la storia medievale,
la storia del sacro Romano Impero, la storia della Repubblica
di Venezia, la storia dell’Impero asburgico, la storia dell’Impero d’Austria-
Ungheria, la storia d’Italia, la storia della Jugoslavia, della
Croazia e della Slovenia. Ciascuna di queste storie, definita da molte
storiografie (storiografie tematiche, per esempio la storia costituzionale
austriaca; oppure storiografie nazionali, per esempio la storia degli
sloveni, la storia croata), comporta conoscenze specifiche. Ciò che è certo,
ciascuna di esse rappresenta un mondo passato, con propri sistemi e
propri ordini, mondi a sé, che vengono analizzati e studiati in quanto
tali, non in quanto luoghi in cui cercare le cause e le motivazioni del
mondo di oggi. I mondi che non ci sono più, se compresi appieno per
quello che sono stati, valorizzano comunque con le loro testimonianze
un territorio, oppure la cultura contemporanea di una popolazione;
così la dimensione storica, che non è mai statica in quanto cambia costantemente
la nostra maturità di percezione, diventa un elemento che
accompagna il nostro essere contemporaneo, senza particolari pretese,
proprio perché imprescindibile.

Egidio Ivetic - Giovanni Radossi